“Le nostre anime di notte”, da Kent Haruf a Netflix

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.

L’incipit di Le nostre anime di notte di Kent Haruf (NN Editore) è secondo me uno dei più belli. Non passerà alla storia, come forse non passerà alla storia neanche questo lungo racconto dello scrittore americano, però la prima volta che l’ho letto ho sorriso. È stato un sorriso di “riconoscimento”, per aver ritrovato l’autore che avevo tanto amato con la Trilogia della Pianura, ma anche un sorriso di felicità perché quelle poche parole mi avevano già fatto capire che avevo per le mani un libro speciale.

Addie e Louis sono due vedovi in là con gli anni. Abitano vicini, nella cittadina immaginaria di Holt, si conoscono da sempre ma superficialmente. Una sera, lei bussa alla sua porta con una proposta: passare le notti insieme, a parlare.  «Perché le notti sono la cosa peggiore, non trovi?», dice. Inaspettatamente, lui risponde di sì. Inizia così una piccola storia d’amore e d’amicizia, fatta di tenerezza e ribellione. Perché il mondo piccolo di Holt non riesce a capire Addie e Louis, la loro libertà e il loro bisogno di stare insieme, e non lo capiscono nemmeno i loro figli. Alla fine Addie e Louis devono scegliere, ancora una volta, tra la libertà e il dovere.

anime disturbiletterari

La scrittura di Kent Haruf è limpida, essenziale eppure ricchissima. Ogni frase, ogni parola tradisce emozioni così forti. Ma sono importanti anche i silenzi, le altre parole che Haruf non usa e che lascia in sospeso, perché alla fine per parlare di sentimenti non serve dire tanto.  C’è un’economia sorprendente di mezzi che Haruf amministra con ancora maggiore maestria, secondo me, rispetto a Canto della pianura, Crepuscolo e Benedezione. Addie e Louis sono persone vere, con i loro graffi sull’anima, errori compiuti in passato, rimpianti per quello che non è stato e una meravigliosa voglia di vivere. Molto si è scritto e detto su come questi due personaggi siano molto vicini allo stesso Haruf e a sua moglie Cathy. Anche loro erano “anime di notte”. «Come Addie e Louis, abbiamo parlato, sempre, ogni notte. Ci eravamo detti tutto. Quando si parla, non si hanno mai rimorsi”, ha raccontato lei in un’intervista a Repubblica.

Il libro si compone più che altro di dialoghi, le lunghe conversazioni che Addie e Louis hanno durante le notti che passano insieme.

Non sei mai passato a trovarmi, non hai mai fatto lo sforzo di dirmi una parola, disse lei.
Non volevo sembrare invadente.
Non lo saresti stato. Ero molto sola.
Lo immaginavo. Ma non ho fatto niente lo stesso.
Che altro vuoi sapere?
Da dove vieni. Dove sei cresciuta. Com’eri da ragazza. Com’erano i tuoi genitori. Se hai fratelli e sorelle. Come hai conosciuto Carl. Che rapporti hai con tuo figlio. Come mai ti sei trasferita Holt. Chi sono i tuoi amici. In cosa credi. Che partito voti.
Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei. Anch’io voglio sapere tutto di te.
Non abbiamo fretta, disse lui.
No, prendiamoci il tempo che ci serve.

Come molti lettori quando leggo un libro immagino nella mia mente luoghi e volti per quelle storie. I silenzi un po’ da cowboy di Louis, la sua onesta intellettuale, quel suo essere «una brava persona»: per me lui era già Robert Redford. L’intraprendenza e la dolcezza di Addie («Una donna attraente. Una persona di spessore. Con un carattere», la definisce Louis) più che una Meryl Streep per tutte le stagioni mi avevano fatto pensare a Jane Fonda. Il tutto prima di sapere che Neftlix avrebbe prodotto l’adattamento del libro di Haruf con proprio loro due come protagonisti.

L’ho aspettato molto e alla fine ieri sera l’ho visto. Redford e Fonda, colleghi e amici da cinquant’anni, sono perfetti: la loro affinità è quasi commovente, come lo è anche ritrovarli ormai anziani quando negli occhi si ha ancora l’immagine di loro come i giovani coniugi di A piedi nudi nel parco o la coppia più matura de Il cavaliere elettrico. Jane Fonda con i capelli bianchi e le rughe e Robert Redford curvo e lento nei movimenti mi hanno fatto una tenerezza incredibile, mentre intatta è rimasta la loro “star quality”.

Il film però è poca cosa, purtroppo. Diligente e formale. La regia anonima sa di avere davanti due che possono recitare anche da soli e quindi si adatta, lasciando loro mano libera ma disinteressandosi di tutto il resto.

Robert Redford è tra i produttori e forse se si fosse messo dietro la macchina da presa avremmo avuto un risultato ben diverso: un film asciutto ma vibrante, che sarebbe riuscito a raccontare sia l’amore tra Addie e Louis (senza dimenticarne comunque anche la componente fisica) sia l’ambiente chiuso di Holt ma soprattutto i dolori e le solitudini di Gene e Jamie, il figlio e il nipote di Addie, tra difficoltà familiari e il “romanzo di formazione”. Un po’ L’uomo che sussurrava ai cavalli, un po’ Gente comune, un po’ In mezzo scorre un fiume. Ma non si può che dire grazie a Netflix per il suo impegno e per aver dato modo a questi due grandi di ritornare insieme. Il film uscirà anche al cinema negli Stati Uniti, nella speranza di poter accalappiare qualche Oscar e non sarebbe male rivedere la statuetta tra le loro mani.

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